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Noi architetti a volte...

siamo un po' come filosofi, perché lavoriamo col pensiero. E tutto il nostro produrre, volto innanzitutto a dare risposte - da quelle funzionali a quelle esistenziali - passa poi attraverso la miriade di vincoli (normativi, legislativi, economici, etc.) che ci condizionano. Il primo compito per noi è "costruire la domanda" e dopo rispondere. Ricevere una richiesta di realizzare una dimora o qualsiasi altro spazio implica mille richieste in una. E ciò a prescindere se il tutto ha un budget alto o basso. Con meno soldi si hanno maggiori vincoli; in questi casi lo sforzo per essere pienamente rispondenti aumenta, ma non è detto che si debba rinunciare, dando luogo ad una mera attività edilizia. Fare architettura significa sì dare risposte, ad un solo individuo o a masse intere, ma solo dopo aver individuato il tema.
Noi architetti talvolta somigliamo a un direttore d'orchestra e ad un compositore insieme: prima creiamo i processi e poi li controlliamo, servendoci di tutti i mezzi e le tecniche da adottare, melodicamente. Ci sforziamo di incamminarci per strade inesplorate, per scenari reali o immaginari, dove l'idea è ciò che ci spinge nel cammino. L’idea sostiene questo processo, vissuto con passione e curiosità. E' parte del fine: se manca non ci potrà essere architettura.
L'architettura è al centro del nostro fare, e quando il nostro operare si impasta anche di un solo valore etico propendiamo verso l’arte, accarezzando la dimensione dell’umanesimo. Difficile riuscirci. Ma questo è il nostro obiettivo. Questa è la nostra poesia e la nostra luce. Senza di essa camminiamo al buio.